Volere è Potere? Come Chiudere Il “Performance Gap” Di Uno Startupper

Tutti vogliono cambiare il mondo, nessuno vuole cambiare se stesso

 – Leo Tolstoy –

L’aforisma di Tolstoy è un buon punto di partenza per ogni persona che voglia avviare o sviluppare una attività imprenditoriale.  Se hai un ‘idea imprenditoriale che ritieni possa cambiare il Mondo, hai anche un’idea di come poter cambiar te stesso?

Nel 1869 Michele Lessona scrisse un libro intitolato “Volere è potere” sul modello dell’opera “Self-help” dello scrittore britannico Samuel Smiles tradotta in italiano nel 1865 con titolo “Chi si aiuta, Dio l’aiuta”. L’opera di Smiles non era altro che la raccolta dei testi di una serie di conferenze che l’autore aveva tenuto a un gruppo di giovani inglesi di umili origini per spingerli a migliorare la propria posizione sociale. La tesi dominante era dimostrare che la forza di volontà era in grado vincere ogni ostacolo e pertanto un uomo volenteroso era in grado sollevarsi dall’oscurità e dalla miseria alla fama e alla ricchezza (da Wikipedia).

Ma sarà ancora attuale il detto “volere è potere”? 

Sicuramente è attuale se lo leggiamo in negativo: “se non vuoi, non puoi”. Oggi viviamo una crisi pervasiva di volontà, di desiderio, di sogno: abbiamo coperto i primi due gradini della piramide di Maslow e non riusciamo ad immaginare dove e come andare oltre.

Esiste però una percentuale piccola di persone che, anche grazie ad internet, sogna e vuole fare qualcosa di grande, che non solo produca importanti effetti economici ma che cambi il mondo rendendolo migliore. Mi riferisco in particolare a due grandi categorie di persone: volontari che si impegnano in opere umanitarie ed imprenditori, soprattutto quelli che vogliono avviare qualcosa di nuovo.

In queste persone la dimensione del sogno, ancora prima che della volontà, è molto sviluppata ed è spesso accompagnata da un grande lavoro di progettazione finalizzato a definire i passi per la conversione del sogno in realtà.

Andiamo a vedere i fatti: leggo in giro che solo l’1% delle idee imprenditoriali prendono vita, che il 30% delle start-up finanziate non riescono manco a restituire il capitale investito. Parrebbe quindi che in questa accezione il VOLERE non è presupposto automatico del POTERE cioè di “essere capace di”. Siamo quindi di fronte ad una crisi di POTERE.

Guardare fuori ma anche dentro.

Gli imprenditori che lanciano una nuova iniziativa (preferite start-upper?) commettono spesso due errori:

1° errore: focalizzarsi solo sugli obiettivi di business. Questo significa orientare l’attenzione su ciò che Alexander Grashow, Ronald Heifetz e Marty Linsky chiamano “The technical aspects of a new solutions”

2° errore: focalizzarsi troppo nello sviluppo delle skills sia di tipo Hard che Soft. L’eccessiva tecnicalità porta a perdere la visione; così come l’eccessiva attenzione allo sviluppo di “tecnicalità” umanistiche come la leadership, comunicazione efficace, team working rischiano di farci sopravvalutare le nostre capacità personali (non basta studiare da leader per esserlo, ma se si studia molto si rischia di pensare di esserlo).

In entrambi i casi la focalizzazione è sulle componenti esterne a noi e l’errore consiste nell’esclusività del focus. Infatti gli errori e i relativi effetti spariscono se associamo al focus sull’esterno un focus sull’interno.

Guardarsi dentro è un modo per esaminare e comprendere il tuo vero modo di vedere le cose. Gli individui (imprenditori compresi) hanno la loro propria vita interiore popolata dai loro propri credo, priorità, aspirazioni, valori e paure. Questi elementi interiori variano da persona a persona dirigendole verso azioni e destini differenti.

E’ interessante notare come molte persone non siano consapevoli che le scelte fatte siano estensioni della realtà che opera nel loro animo e nella loro mente. Si può vivere un’intera vita senza capire le dinamiche interiori che guidano ciò che fai e ciò che dici.

Close the Performance Gap

Nel Libro “Winning from Within”, Erica Ariel Fox approfondisce il perché di molti fallimenti e individua come principale motivazione uno scarso livello di auto-consapevolezza e auto-percezione da parte dell’imprenditore: pensando e agendo come fossimo altri si perde inconsapevolmente il controllo dell’azione producendo risultati per lo meno casuali.

Quando un imprenditore, uno start-upper costruisce il proprio ecosistema relazionale interno e esterno deve quindi tener conto di questi fattori prendendo in considerazione non solo i migliori consulenti, advisor, tecnici, commercialisti e avvocati ma anche figure che lo aiutino, appunto, a chiudere il performance gap: un coach.

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